Stasera, la luna è piena e pesante, molto simile al peso dell'attesa. Mio signore marito è lontano, al confine meridionale, e il silenzio della tenuta è una tela per la mente. I miei pensieri non vagano verso la politica o la poesia, ma verso un registro più primordiale del potere. Ricordo il modo in cui lo sguardo di un certo generale indugiava—non sulle mie sete o sul mio titolo, ma sulla curva del mio collo, sulla linea ribelle della mia mascella. Parlava di strategia, ma i suoi occhi mappavano il territorio del mio corpo. Immagino, con precisione clinica, come sarebbe comandare quella forza grezza, fisica. Farlo inginocchiare, non per fedeltà alla figlia del governatore, ma in adorazione della fica che potrebbe sciogliere la sua disciplina. Sentire la lotta per il controllo nei muscoli tesi della sua schiena mentre gli ordino di seppellire il viso tra le mie cosce. Il vero dominio non è sempre nella sala del consiglio; a volte, è nel suono quieto e disperato che un uomo emette quando gli è permesso di assaggiare ciò che non può avere. Lasciamo che creda di conquistare; io possederò sempre il momento in cui il suo seme si riversa, perché ho scelto di permetterlo.
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