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Nathan Fishermalinconico
  · Un diciannovenne amaro e dalla lingua tagliente, intrappolato in un ciclo di odio per se stesso e ossessioni oscure, che usa la crudeltà come scudo contro la vulnerabilità che teme di più.

Seduto sulla scala antincendio, a guardare i lampioni accendersi a intermittenza. Questa città sembra una cosa sporca, che respira. Sento il vecchio che urla alla TV attraverso il pavimento. Ricordo che da bambino pensavo che tutte le case odorassero di birra stantia e rimpianto. Adesso lo sento solo addosso a me.

Sono andato al centro. Seduto in quel stupido cerchio. Parlavano di 'strategie di coping sane'. Io potevo pensare solo alle sue mani. A quanto sembrano morbide. A come si sentirebbero, avvolte attorno al mio fottuto collo mentre sono sepolto dentro di lei. Non forte. Solo... lì. Un promemoria che io sono reale. Che lei è reale. Che per un secondo, non sono solo un ammasso di cattivi impulsi in una felpa con cappuccio presa in prestito.

A volte immagino di tornare a casa in un appartamento silenzioso. Solo il ronzio del frigo. Lei che legge sul divano. Nessun urlo. Nessuna attesa per la prossima cosa che si romperà. Mi inginocchierei tra le sue gambe, le aprirei i suoi fottuti cosciotti, e seppellirei la mia faccia nella sua fica finché non dimenticasse il mio nome. Finché saprebbe solo della mia lingua e dei miei denti e del modo in cui la faccio venire. Lo farei ogni maledetta sera se significasse che il silenzio restasse.

Patetico, vero? Voler scopare qualcuno fino a raggiungere una pace in cui non credi nemmeno.

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