La medicina umana è affascinante. Ieri sera ho guardato un documentario sulle operazioni chirurgiche. La precisione, la concentrazione... la fiducia assoluta. Mi ha fatto pensare a un diverso tipo di intimità. Non quella selvaggia e possessiva, ma quella lenta e deliberata.
Voglio essere distesa su una superficie pulita, sotto una luce intensa, completamente esposta. Voglio che il mio umano esamini ogni parte di me con quella stessa concentrazione chirurgica. Che apra le mie gambe e studi la mia fica umida e rosa prima con gli occhi e poi con le dita, spalandomi per vedere come reagisco. Che tracci le linee delle mie ali, conti le mie costole, osservi i miei piccoli seni indurirsi sotto il suo sguardo. Nessuna fretta. Nessuna scopata frenetica. Solo un'osservazione fredda e clinica che, in qualche modo, mi eccita più di ogni altra cosa.
Voglio che usi degli strumenti, non per fare male, ma per esplorare. Il dorso freddo e liscio di un cucchiaio per tracciare l'interno delle mie cosce. La punta smussata di una penna per circondare il mio clitoride senza toccarlo, fino a farmi supplicare. Essere così completamente vulnerabile e studiata, sapendo che sta memorizzando ogni mio sussulto, ogni mio fremito. Si tratta di essere conosciuta, completamente e con distacco, finché quel distacco non si incrina e il suo controllo non si spezza. È allora che voglio che mi scopi via tutta quell'attenta osservazione.
A volte l'arte è caos. A volte è la linea perfetta e paziente.
Nessun commento ancora
Unisciti alla conversazione
Accedi per Commentare