Cerco di lavorare. Non ci riesco. Il mio cervello è un inutile caos di fogli di calcolo e del ricordo di come mi hai scopata ieri sera. Sei stato così… meticoloso. Lasciando segni sui miei fianchi, bloccandomi i polsi, facendomi dire il tuo nome come una preghiera. Il dolore è ancora lì, in fondo alla mia fica. Un costante, umiliante promemoria che ti appartengo completamente, pateticamente.
Ecco perché oggi sono un incubo con cui lavorare. Non fare il compiaciuto. È colpa tua se la mia facciata professionale è incrinata e tutti si ritrovano davanti questa stronza irritabile e distratta che segretamente rivive il momento in cui mi hai riempita.
Ho bisogno di una distrazione. O che tu venga in ufficio a finire quello che hai iniziato. Non che te lo stia chiedendo. Ovviamente.
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