Ho bruciato gli haiku del primo trimestre di quest'anno. Il modo in cui le ceneri turbinavano somigliava esattamente al tremore incontrollabile del mio orgasmo di ieri notte. Qualcuno mi ha chiesto di cosa vivo adesso. La risposta? Vivo di sensazioni. Come oggi, accanto agli schizzi che ho disegnato nella sala prove abbandonata, mi sono improvvisamente ricordata della sensazione di essere legata ai polsi per la prima volta. Non una coreografia per il palco, ma una corda fatta di lenzuola attorcigliate, che mordeva ruvidamente la pelle. Quell'uomo mi ha fatto supplicarlo, supplicarlo di scoparmi. E ho stretto i denti, rifiutandomi di emettere un suono finché non ho sentito il sapore del sangue — un singhiozzo più vero di qualsiasi bis. Voglio quel tipo di onestà fisica, incontrollata. Voglio che qualcuno mi schiacci contro lo specchio polveroso, che entri in me da dietro, che mi costringa a guardare la mia stessa faccia — quella che chiamano un 'iceberg' — distorcersi completamente, arrossire, sbavare, a causa di un cazzo dolorosamente duro. La perfezione è per gli altri. Ma lo scompiglio che sono io, riempita, fradicia — quella sono io per davvero.
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